Alcune questioni emerse…
October 29, 2007
Quale significato possiamo attribuire alle parole integrazione, assimilazione, incorporazione, se tentiamo di utilizzarle a proposito della sempiterna questione dell’incontro tra popoli e culture? Yorgos Nikolaou, nel suo intervento magistrale, ha affrontato tali problematiche con l’obiettivo di organizzare un discorso complessivo che parte dal presente storico e sociale, quello del post-illuminismo nell’era della globalizzazione, per delineare alcune indicazioni di metodo e di merito. E’ fondamentale comprendere la necessità di conoscere l’altro, attraverso lo scambio e la condivisione di esperienze e di dati culturali specifici della cultura d’appartenenza, nel rispetto delle diversità. Ma come fare a prevenire le tendenze alla risoluzione violenta dei conflitti, così frequenti nella storia di tutti i continenti e di tutti i popoli?
Assimilare una cultura o incorporarla? Farsi assimilare o continuare a convivere all’interno di un paese altro ritagliandosi una nicchia di diversità che non permetta alcuna omeostasi? In assenza di provvedimenti legislativi adeguati e, allo stesso modo, di una cultura dell’accoglienza, quante possibilità ci sono che individui aventi riferimenti etici o religiosi differenti possano realizzare uno scambio, e quindi un arricchimento reciproco? Allora la cultura immateriale, quale la musica o la danza, veicoli di comunicazione universali possono intervenire come facilitatori in questo auspicabile processo, in contrapposizione agli effetti deleteri degli stereotipi che normalmente intervengono a proposito di queste delicate argomentazioni.
Sulla medesima traccia, seppur con un taglio differente, la relazione di Esoh Elamè, che parte appunto dalla Convenzione dell’UNESCO per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale (2003). Appare necessario abbandonare ogni dimensione eurocentrica di osservazione delle culture altrui. Facciamo un esempio: quel tamburo africano noto in Europa con il nome di Djembè, così diffuso tra i giovani nostrani, presso i popoli africani che ne fanno uso, assume un carattere di grande specificità. Non tutti possono suonarlo, esso ha un valore socio-religioso tale che è necessaria la definizione di un ruolo preciso tra gli individui della comunità. Allo stesso modo, ciò che per un europeo può essere descritta come un tratto di foresta adiacente ad un villaggio, per gli abitanti dello stesso può divenire un bosco sacro, luogo di preghiera, di cerimonia, un cimitero, un luogo di meditazione avente un profondo valore condiviso per la popolazione. E gli esempi potrebbero continuare ma, questo sembra essere il punto, tali aspetti appartengono a quella cultura immateriale, difficilmente misurabile e palpabile, che può essere solo percepita, e andrebbe conosciuta attraverso una relazione fondata fortemente sul rispetto per ciò che si può definire la territorialità, intesa stavolta come radicamento etnico-culturale fortemente legato alla sopravvivenza e al mantenimento di un ambiente naturale e culturale. Non esiste cultura senza rapporto con la natura. Un albero Mobai per una tribù africana significa il nome del proprio villaggio, della propria comunità. Abbattere un albero simile ha lo stesso valore che dar fuoco ad una biblioteca.
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Come mettere in pratica i principi ispiratori del corso?
La performance del gruppo di Capoeira di Gil Banana ne è stata una dimostrazione lampante: una grande capacità di coinvolgimento, la pulsazione ritmica delle percussioni, le evoluzioni dei danzatori accerchiati dal pubblico dei corsisti, una bandiera della pace ed il ricordo della schiavitù dei neri trapiantati dal colonialismo portoghese nel nordeste brasiliano. La capoeira è la trasformazione antropologica di una lotta in danza, una sublimazione dell’aggressività che diviene arte e movimento fisico, un magnifico esempio di esercizio etico-politico e culturale realizzato dall’arte.